Il Prof. Nicola Mattoscio relatore del 196° incontro dell’Accademia d’Abruzzo
Tema discusso : “Etica ed Economia”
di Edgardo Bucciarelli
Il 196° incontro in Accademia ha visto la partecipazione del Prof. Nicola Mattoscio, docente ordinario di Economia Politica presso l’Università “Gabriele d’Annunzio”, in qualità di relatore sul tema “Etica ed Economia”. Al convegno, che si è svolto l’8 ottobre scorso nella Sala Conferenze del Museo Vittoria Colonna di Pescara, ha preso parte, tra gli altri, anche il Sindaco della Città di Pescara, il dott. Luciano D’Alfonso.
L’incontro si è dispiegato a partire dalle osservazioni della dottrina utilitaristica come fondamento della rivoluzione operata nel campo della morale da parte del filosofo, giurista ed economista inglese Jeremy Bentham, nel corso degli anni settanta ed ottanta del diciottesimo secolo. La relazione ha condotto la platea ad una riflessione su due grandi eventi che nel periodo ricordato vengono ad assumere un particolare rilievo, segnando il passaggio dalla storia moderna a quella contemporanea. Il primo si estrinseca nella Dichiarazione di indipendenza concepita da Thomas Jefferson ed approvata il 2 Luglio 1776 dal Congresso di Filadelfia, che consacrò la nascita degli Stati Uniti d’America. Il secondo è rappresentato dalla rivoluzione francese, che condusse l’Assemblea nazionale a votare il 26 agosto 1789 la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.
Durante quella fase storica, furono pubblicate due opere fondamentali della cultura contemporanea, in particolare per i risvolti sull’etica. Si tratta della Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith (1776), e dell’Introduzione ai principi della morale e della legislazione di Jeremy Bentham (1789). “Nella prima opera si sviluppa un articolato ragionamento non esente da contraddizioni” - afferma il Prof. Nicola Mattoscio - “al fine di poter esprimere quei princìpi che gli uomini dovrebbero seguire nell’attività socioeconomica e nella vita morale. Rileva, su tutti, il concetto della dissociazione morale tra “benevolenza” ed “egoismo”, che si traspone, congiuntamente all’affermazione sulla libera allocazione delle risorse, sulla descrizione del famoso meccanismo di aggiustamento della mano invisibile”.
Nel secondo lavoro Bentham riferisce di una stretta connessione tra le idee di “felicità” e di “piacere”, da un lato, e l’idea di “utilità”, dall’altro. Per utilità Bentham fa diretto ragguaglio a quel principio che approva o disapprova le azioni umane a seconda della soddisfazione o insoddisfazione procurata. Egli configura il principio di utilità come alter ego della mano invisibile smithiana, riconoscendo al tempo stesso una forte soggezione dell’utilità al sovraordinato sistema contraddistinto dalle idee di “dolore” e di “piacere”. Nel convenire a tale rapporto di dipendenza, il filosofo inglese riesce a costruire una idea di felicità per mezzo della ragione e della legge. Per il tramite del principio dell’utilità, Bentham rigetta la teoria del diritto naturale ed approda a quella del diritto positivo e, cioè, abbandona un orizzonte astratto e virtuale per un altro costituito da concretezza e realtà, imperniato al pragmatismo utilitaristico.
Ne consegue che anche tutto ciò che è avvertito come un’obbligazione di natura morale non si può spiegare come una necessità di realizzare o non considerare un’azione per il bene dei singoli individui o della società. La somma delle utilità individuali si concretizza nell’utilità collettiva, che sta a rappresentare il primo riferimento per valutare il grado di “giustizia” delle regole e delle istituzioni e, di tal guisa, il livello di benessere sociale. Il principio utilitaristico diviene così la base della morale, che, pertanto, dovrà essere guidata solo dalla finalità etica di tradurre in pratica la maggiore felicità possibile per il maggior numero possibile di individui. “Seguendo questo sentiero di ricerca” - continua Nicola Mattoscio - “la teoria dell’utilità classica coniugata al principio di efficienza, elaborato un secolo dopo da Vilfredo Pareto, va a costituire il nucleo teorico centrale della nuova economia del benessere. L’interesse individuale si congiunge con quello generale, rilevato come benessere, ed i vincoli che l’interesse generale conferisce all’egoismo individuale sono ricompensati dal risultato finale che corrisponde ad un effetto sinergico, con una somma maggiore di felicità collettiva”.
In tale direzione, l’utilitarismo classico viene a confliggere con i diritti naturali sanciti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, facendo pervenire Bentham a sostenere la tesi di un’autorità governativa interventista in economia. Tale intervento deve regolamentare il libero arbitrio dei singoli, sanzionando certi comportamenti e certe attività che riducono il benessere collettivo, in quanto originate dal puro egoismo individuale, e promuovendo, al tempo stesso, quelle iniziative economiche che assicurano il maggior beneficio per tutta la comunità. Risulta chiara l’affermazione del relatore nel desumere che Bentham non solo non si dimostra favorevole ad uno sfrenato laisser-faire ma, al pari di Adam Smith, riconosce ed auspica un ruolo attivo del governo nell’economia, sia nella fase della regolamentazione sia in quella della promozione delle attività. La struttura dell’analisi posta in essere da Bentham si rivela inaspettata antesignana di quel ricco filone di studi economici sui fallimenti del mercato, nelle cui circostanze l’intervento di un operatore pubblico avente finalità generali, come la citata autorità governativa, produrrebbe un effetto volto al miglioramento in termini di benessere sociale.
La microfondazione del benessere sociale, secondo il riferito principio dell’efficienza paretiana, basata sull’individualismo etico benthamiano, implica la costruzione di un ordinamento sociale per il tramite delle preferenze individuali, tale per cui la preferenza collettiva appare come un loro semplice riflesso, assumendo che si possano sommare sic et simpliciter le utilità individuali per determinare quella collettiva. “Nella realtà, tale aggregazione presenta molteplici aspetti controversi” - prosegue Nicola Mattoscio - “e potrà realizzarsi, nell’ipotesi si assuma il postulato dell’individualismo etico, con modalità differente ed in base alle informazioni disponibili sulla misurazione delle utilità individuali e sulla loro comparazione interpersonale”.
L’utilitarismo che si desume dalle tesi di Bentham, nell’ammettere la misurabilità cardinale delle soddisfazioni individuali, sta a testimoniare anche che le medesime sono commensurabili, derivando tali soddisfazioni da uguali capacità di percepire il benessere da parte di individui diversi. All’interno di quest’alveo matura la visione classica della teoria dell’utilità, che Arthur Cecil Pigou determinerà nel suo importante contributo del 1920: L’economia del benessere.
Seguendo, invece, il punto di vista ordinalista, si viene a negare la confrontabilità del benessere in senso cardinale e, dunque, la relativa commensurabilità delle preferenze, giungendo a rendere impossibile l’aggregazione di quest’ultime tramite la loro semplice sommatoria. Tale impostazione, d’altro canto, informa un tipo di aggregazione delle utilità in un senso particolare ed accogliendo il principio paretiano di efficienza, in base al quale un insieme di individui migliora la propria soddisfazione nel passare da una situazione iniziale ad un’altra soltanto se tutti si trovano ad essere più soddisfatti o, al limite, se un solo soggetto del gruppo sta meglio e nessun’altro sta peggio. Tale nuovo equilibrio diviene ottimo se comunque allontanandosi da essa non è possibile migliorare l’utilità di qualcuno senza peggiorare quella di un altro componente dell’insieme considerato. Questo specifico indirizzo di studi, alternativo alla teoria classica dell’utilità, nel porre come riferimento centrale la teoria paretiana, cerca di sormontarne alcune criticità, originando la già ricordata Nuova economia del benessere. Ma anche quest’ultimo impianto teorico, nel tentare di connettere la teoria classica dell’utilità al criterio di efficienza elaborato da Pareto, da circa trent’anni a questa parte è oggetto di nuove critiche, sia sotto il profilo della teoria politica e morale sia sotto quello più strettamente economico. In particolare, il premio Nobel per l’economia 1998, Amartya Sen, muovendo dal teorema dell’impossibiltà di Arrow, che palesa l’impossibilità di fondare una scelta sociale razionale solo sulla base delle preferenze individuali, sviluppa un’innovativo sentiero di ricerca. Quest’ultimo tende in primo luogo a forzare l’assunto dell’individualismo metodologico, che non fa altro che ridurre ogni asserzione riguardante le scelte sociali a quelle corrispondentiriferite alle scelte dei singoli individui. Sen qualifica come “antietico” tutto il filone che contraddistingue la nuova economia del benessere, sviluppata con la rimozione del confronto interpersonale delle utilità. Infatti, una società può cogliere l’ottimo in senso paretiano, con alcune persone in estrema miseria ed altre che nuotano nel lusso ridondante, fintantoché i poveri non possono essere fatti stare meglio senza, d’altro canto, ridimensionare l’estrema ricchezza dei secondi. Il carattere illiberale dei principi paretiani, che in termini generali provoca anche alcune contraddizioni tra democrazia e mercato, nonché l’irrilevanza che assume la distribuzione del reddito nei medesimi principi, hanno indotto Sen a sviluppare la sua critica all’utilitarismo ed a proporre nuovi criteri di scelta sociale. Tra quest’ultimi si ricorda l’abbandono dell’unanimità del consenso o delle condizioni dittatoriali delle scelte sociali, a favore del criterio di maggioranza, i cui meccanismi sarebbero soddisfacenti qualora le preferenze dei singoli fossero vincolate a differire solo entro limiti precisati. Questa visione, di conseguenza, si contrappone al requisito di liberalismo, tornando ad ammettere un qualche grado di confrontabilità interpersonale, con l’effetto di doversi riferire ad un ordinamento diretto degli stati sociali. Gli individui, infatti, eserciterebbero una sorta di libertà positiva, compiendo effettivamente certe funzioni, quali il nutrirsi bene, il mantenere una buona salute ed altre, avendo l’astratta capacità di poterle compiere. Appare così che l’essere felici o il provare benessere, concetti sui quali hanno insistito prima gli utilitaristi e poi gli artefici della nuova economia del benessere, sono soltanto due possibili funzioni e non possono essere esaustive dell’intero campo di ciò che si pensa debba essere il bene comune. Ci sono, ad esempio, cose che si desiderano indipendentemente dalla componente di felicità che traspongono, come l’avere stimoli intellettuali o di natura sociale, il mantenere un senso personale di dignità ed altre funzioni che solo incidentalmente o in via indiretta rendono felici, ma che con la felicità di per sé hanno poco a che fare. Il benessere, pertanto, non è più concepito con riferimento alla pura disponibilità quantitativa di beni, ma come capability effettiva di avere il loro uso (si pensi, ad esempio, alla capacità di reddito che non appare sufficiente visto l’ulteriore problema che emerge dalla considerazione dell’effettiva capacità di consumo). Prevalgono, per questa ragione, nuovi profili etici sotto una luce normativa ed in concreto riferibili anche alle complesse problematiche connesse all’evoluzione ed all’equità dello sviluppo economico a livello mondiale.
L’interesse suscitato dall’articolata trattazione del Prof. Nicola Mattoscio si andrà ad esplicitare ulteriormente nel prossimo incontro dell’Accademia che avrà luogo, nella medesima sede del Museo Vittoria Colonna a Pescara, il 7 dicembre prossimo e che approfondirà i contenuti che si inscrivono nell’alveo degli studi dell’Etica e dell’Impresa. Verrà, infatti, discusso il tema “Etica e responsabilità sociale dell’impresa”.
Pescara, 21 Novembre 2005.