Da Giustino Rossi a Gabriella Albertini, un percorso artistico ideale per celebrare il primo anniversario della Maison des Arts.
di Edgardo Bucciarelli
La Maison des Arts nasce da un’idea della Fondazione Pescarabruzzo ed è tradotta in realtà dalla medesima all’interno della sua sede storica, l’edificio in stile liberty che sorge nel cuore della parte moderna della città di Pescara, in Corso Umberto. Si tratta di una vera e propria casa delle arti e della cultura in generale, inaugurata il ventidue dicembre duemilacinque, dopo un attento restyling della destinazione dei primitivi luoghi, che ha conseguito l’obiettivo di contribuire a diffondere la conoscenza, attraverso l’emblema e l’essenza del patrimonio di saperi consolidato nelle varie espressioni artistiche abruzzesi, quali la pittura, la scultura, il teatro e la musica. E' un’opera, che incorpora nuovi spazi funzionali finalizzati alla promozione culturale ed allo sviluppo socioeconomico di un’intera civiltà locale, oltre che depositaria di una crescita civile e morale che ne consegue. Essa rappresenta anche una partecipazione rivolta alle necessità ed alle sollecitazioni provenienti dalla comunità culturale e dall’opinione pubblica di una moderna welfare society, orientate ad ottenere nuove strutture da destinare ad importanti funzioni sociali avanzate.
Se l’evento di apertura consacra la classicità rivisitata da particolari interpretazioni immaginifiche ad opera dell’artista Bruno Di Pietro, le rassegne successive informano un complesso di conoscenze che pervadono più di mezzo secolo di storia, laddove l’eclettico percorso della quotidianità si intreccia al passato coniugando la memoria con il talento e l’operosità di numerosi esteti e maestri, quali Renato Schifano, nonchè l’ingegno giovanile. Ad un anno dal suo avvio, dunque, la Maison des Arts simboleggia non solo un luogo atto alla valorizzazione ed alla presentazione al pubblico dell’arte, ma anche e soprattutto un percorso culturale dell’uomo contemporaneo, che accresce il valore estetico dello spazio fisico e che declama, sotto una rinnovata luce, la consistenza oggettiva e morfologica dei contenuti culturali.
Per celebrare la sua prima ricorrenza annuale, la struttura impreziosisce la sua esperienza con due personali di Giustino Rossi e Gabriella Albertini. Al primo è dedicata una mostra dal 4 al 22 dicembre 2006 alla memoria, in quanto giovane artista abruzzese scomparso da due decenni all’età di trentasei anni. "L’arte della vita", come titola la sua collezione di pitture e disegni, condensa in sé un universo di sensibilità e capacità che Giustino Rossi nascondeva con modestia, discrezione e riservatezza all’interno di un straordinario mondo interiore, reso manifesto dall’impegno sociale e politico a favore dei soggetti più deboli e svantaggiati, in una continua e delicata introspezione di emotività umana ed artistica, testimoniata anche dalle sue opere. «In un’epoca dove non di rado la bellezza è spinta all’esilio», afferma il Presidente della Fondazione Pescarabruzzo, Nicola Mattoscio, «proporsi di illuminare con l’arte le difficoltà della vita, con la crescita della partecipazione consapevole e solidale di piccole o grandi comunità di uomini, è un esempio sorprendente di forte speranza e davvero significativo per l’impegno civile, soprattutto per i giovani». Il dibattito sulla sua produzione artistica, a detta di chi scrive, non deve ineluttabilmente tracciare la sua intensa biografia, quella di un ragazzo appassionato della dignità dell’umano esistere, poiché l’ambiente intangibile che prende forma soprattutto nelle bozze e nei suoi disegni non è mai il frutto di avventate disquisizioni legate agli istanti ed alle sensazioni, ma contiene al suo interno una ricerca ed un’analisi delle immagini e delle tecniche, nonché un’attenzione sia alla storia dell’arte, che al finito formale che lo circondava. Ne nasce un profondo sviluppo impressionistico, che si pone come un eforo tanto di linee e progetti, quanto di rappresentazioni e sistemi decorativi, che pur sorgendo da circostanze contingenti, evidenziano una spiccata intenzionalità espressiva. Un modo di esternare visivamente la sua profonda formazione intellettuale ed il suo orizzonte materiale, percepito a tratti con profonda sofferenza, dove il disegno frequentemente soppiantava il suo linguaggio.
Il prestigio della Maison des Arts si correda anche e soprattutto con l’altro autorevole incontro con la cultura artistica che vedrà proporre, dal 12 al 26 gennaio 2007, la maturità consolidata nella produzione di Gabriella Albertini che va sotto il nome di "Un bestiario immaginato". È davvero difficile compendiare sotto un profilo critico il cammino di un’artista tra le più apprezzate ed attente studiose di arte in Abruzzo e in Italia, già acclamata con l’effigie del Guerriero di Capestrano, quale abruzzese dell’anno, e con il recente riconoscimento della Società Dante Alighieri. «Quello della Albertini è un percorso ascendente della storia dell’uomo», ricorda Nicola Mattoscio, «concreta e palpabile nella sua materialità, spirituale e volatile nella sua leggendarietà». Il bestiario, in particolare, rappresenta un ciclo creativo in pittura ed incisione, che comprende la raffigurazione di ventuno bestie reali e fantastiche appartenenti ai tre elementi della terra, dell’acqua e dell’aria, realizzato tra il 2004 ed il 2005, anni vissuti dall’artista con profondi disagi personali a livello fisico. Il tema, vivo nell’immaginazione della Albertini fin dagli anni Ottanta dello scorso secolo, esprime una evidente ammirazione per gli esseri animali, ispirata innanzitutto, oltre che dalle sue esperienze dirette, anche dalla lettura di Alfredo Cattabiani. E se alcune correnti di storia dell’arte non risultano favorevoli all’aspetto allegorico in parola, l’artista pescarese non si è sottratta a quello che lei stessa considera non come mero complemento di una creazione, ma chiaro primo interprete della medesima, dove si scorge una non comune unicità tra l’essenza umana e la natura. Il bestiario immaginato dalla Albertini, oltre alla valenza semantica dei soggetti protagonisti, lascia risaltare un valore essenzialmente immaginifico e trascendente, che consente di presagire una fondamentale serenità di fondo, inscritta all’interno di una meravigliosa armonia, che ricorda a tratti le ambientazioni mitiche. Ibridando i registri del reale e dell’inconscio astratto, il temperamento intellettuale dell’artista si è distinto soprattutto nell’intimità di una cifra stilistica del tutto originale, ancorché caratterizzata da una rinnovata riflessione per la medievalità. Si può dire, tuttavia, che nel corso dell’esistenza di chi si applica all’esercizio dell’arte, il movente dell’arte, appunto, accompagna ogni azione del suo vivere: i pensieri, gli affetti, i sentimenti, il lavoro, lo stato fisico ed il rapporto con le persone, come accade in Gabriella Albertini. Infatti, tutto quanto si produce nel campo della cultura traspone la concretezza delle personali emozioni, anche se un sottile velo di incognita, di sofferto ed irrealizzabile raggiungimento della totale comprensione resta sempre in se stessi, specie ammirando il bestiario. «Forse è bene porsi di fronte ad ogni opera d’arte e della cultura, con un umile atteggiamento di attesa», spiega l’autrice, «senza cercare di recepire chissà quali messaggi: essi potrebbero non giungere, ma se arriveranno saranno una scintilla di apprendimento, un significativo arricchimento, una conquista».
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