In ricordo del Comandante Domenico Troilo
«La guerra, ogni guerra, è una esperienza che non merita di essere vissuta».

di Edgardo Bucciarelli

 

«C’era una volta una folta chiesa di ragazzi che avevano imparato tutto ciò che di bello, brutto, dolce e amaro vive attorno ad un focolare. Venne il nemico, scoperchiò i tetti, spense il fuoco. E allora i ragazzi si fecero Patrioti e andarono alla guerra, in testa e nel cuore una straripante orgia di camice rosse, stampelle scagliate contro il nemico, morte sognata, vecchio libro di storia e giovinezza, non soltanto giovinezza». Questi brevi ed intensi versi forse non subiranno l’ingiuria del tempo, se per impegno comune verranno conosciuti, partecipati e conservati gli impulsi ideali ed i segni della memoria ereditati dall’esperienza di quell’immensa tragedia che per la storia dell’umanità è rappresentata dalla seconda guerra mondiale ed, in particolare, dal suo capitolo più epico: la Resistenza. In questo contesto, il territorio abruzzese ha ricoperto un ruolo primario, quale teatro di cruenti battaglie, come quelle che condussero alla devastazione di interi paesi, quale terra divisa dall’asprezza del fronte bellico e quale luogo natale di eroici protagonisti di un tale scenario di guerra. Ancorché gli eventi militari che accompagnavano le violente evoluzioni attorno alla linea Gustav non rendessero mai integralmente il valore della spinta emotiva che ne precorreva gli animi e ne conseguiva, i copiosi e commoventi affreschi sulle pagine di storia vissuta della Resistenza in Abruzzo ci richiamano l’attenzione su di giovani e valorosi combattenti di quel tempo, eroi perduti senza l’onore delle medaglie, vittime consapevoli di sacrifici senza fanfare. Si narra, soprattutto, dell’esempio di mille e più ragazzi che marciarono partendo dalle vallate più impervie della Maiella fino alle roccaforti sul Senio ed oltre, in cerca della Patria, del riscatto alla loro giovinezza ferita, collaborando al fianco delle forze alleate per la conquista della pace e dell’agognata libertà. Se è vero che si riesce sempre a fatica a contenere in poche righe le emozioni ed i sentimenti suscitati in noi da una vicenda pressoché leggendaria o dall’immagine di un glorioso protagonista della guerra, il compito diviene impresa ardua allorché si tenti di raccontare l’esperienza di alcuni grandi uomini di quegli anni e far rivivere quella sensibilità, quella ricchezza d’animo e quella profondità di emozioni che sono riusciti a farci percepire, specialmente se si è avuto l’onore di ascoltarli e conoscerli in prima persona.

A tal proposito, chi scrive, unitamente a tutti i componenti degli organi della Fondazione Pescarabruzzo e della Fondazione Brigata Maiella, vuole celebrare la testimonianza di vita e rinnovare il ricordo di uno tra i più valorosi e giovani interpreti della guerra di liberazione: Domenico Troilo. Un ragazzo appena ventiduenne all’epoca, un uomo che con il suo alto valore militare ed umano non solo ha segnato una parte di storia contemporanea della nostra regione e del nostro Paese, ma ha costituito la colonna portante di un drappello di ragazzi poco più che ventenni, animati da uno spirito di intensa ed audace generosità, il ‘Gruppo patrioti della Maiella’ poi ribattezzati “i nuovi mille d’Italia” dall’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi.Breve è il tempo che ci separa da quell’11 marzo in cui è venuto a mancare ‘il Comandante’, come frequentemente lo evocavano tutti coloro che avevano avuto modo di conoscerlo, ma già profondo è il senso di vuoto che ci pervade all’idea che ci abbia lasciati privi della sua preziosa guida, nella piena e dolorosa consapevolezza che con la sua scomparsa sia venuto improvvisamente meno un riferimento morale di altissimo spessore. Sentiamo, tuttavia, ancora vivo e vibrante il messaggio di pace e di libertà che promana dalle sue gesta, dai suoi accorati racconti di guerra, dalle esperienza di vita di cui ci ha resi partecipi, dal suo esempio.

La biografia di Domenico Troilo, intrepido combattente ed insieme sereno antieroe del dopoguerra, ha un respiro quasi leggendario. Giovanissimo, dopo il brutale assassinio di alcuni civili inermi, tra cui anche sua madre, avvenuto per mano nazista nella natìa Gessopalena il 4 dicembre 1943, si distinse subito come uno tra i più degni successori della tradizione risorgimentale italiana, insieme alle centinaia di giovani, veri volontari della libertà, che si unirono alla formazione patriottica denominata Brigata Maiella, l’unica formazione della Resistenza italiana la cui bandiera è decorata della medaglia d’oro al valore militare. Il gruppo, costituitosi spontaneamente nel dicembre 1943, qualche mese dopo i tragici avvenimenti della tarda estate e dell’autunno di quell’anno, concorse strutturalmente al tentativo di respingere l’orrore che ancora residuava dall’occupazione nazifascista in Italia e si sciolse il 15 luglio 1945 dopo aver cooperato con le forze alleate alla conquista della sospirata liberazione, sotto l’eco dei lunghi, commossi applausi che la folla festante le tributò in Piazza Carducci a Brisighella (RA). La figura di patriota di Domenico Troilo si inscrive soprattutto in questo breve ma incisivo arco temporale, che reca in sé ancora i segni della sofferenza più profonda della storia moderna del nostro Paese. Egli partecipò all’intero ciclo operativo che impegnò la valorosa brigata partigiana al fianco degli alleati e, benché ferito gravemente per due volte, tornò sempre al fianco dei suoi uomini, pur in condizioni menomate, distinguendosi oltre che per il coraggio, per una riconosciuta capacità tattica e profonde qualità morali. Tali doti gli valsero poi una medaglia d'argento al valor militare ed una croce al merito. Chi aveva la fortuna di incontrarlo avvertiva fin da subito l’obiettiva umiltà e la schiettezza minimalista del Comandante, ancorché i suoi racconti fossero sempre intrisi di riferimenti rigorosi ed appassionati. Il sagace ricordo di episodi, personaggi e contesti storico-ambientali tradiva in lui l’eloquenza del taciuto ed il palpitare di sentimenti e passioni ideali. Il Comandante, così come i tanti contadini, operai, studenti e tutti gli altri ragazzi del gruppo della Maiella, appare oggi come allora agli occhi degli storici tra i riferimenti assoluti della lezione della Resistenza italiana. Un uomo che per decenni ha incarnato quegli ideali etici, pedagogici e sociali che la Brigata Maiella ha posto a fondamento delle sue attività a noi temporalmente più vicine, come ad esempio l’istituzione della omonima Fondazione, recante il nome della gloriosa formazione patriottica, cui sono indissolubilmente legati gli ultimi anni della sua vita. Con sincera commozione chi scrive ricorda come gli sia stato riservato il privilegio di essere al fianco del Comandante nella sua ultima uscita ufficiale, avvenuta in occasione di una manifestazione pubblica incentrata sulla storia della formazione partigiana da lui militarmente guidata: il convegno del 13 ottobre 2006 organizzato presso il Museo Vittoria Colonna a Pescara.

Con uno suo personale scritto apparso su un noto quotidiano il 2 dicembre 2000, il Comandante Domenico Troilo consegnava preziosamente alla nostra memoria un ricordo di guerra, che faceva precorrere dalle seguenti parole: «Sull’inutilità della guerra, sull’imbarbarimento che scatena sull’uomo, voglio lasciare una testimonianza, che ho cercato inutilmente di cancellare dalla mia memoria». Seguiva poi il racconto, ancora vivido e straziante, di un episodio che lo aveva visto coinvolto il 25 marzo 1944, nella sua veste di capo del presidio dei patrioti della Maiella di stanza a Fallascoso, quando, d’accordo con il comandante di uno squadrone inglese, si stabilì di svolgere congiuntamente un pattugliamento d’attacco nei pressi di Montenerodomo: «Dopo quattro ore di cammino … prima dell’attraversamento del Vallone Cupo, facemmo una sosta vicino ad una casupola. Con un calcio aprii la porta della stalla e accesi un cerino. Mi si presentò uno spettacolo allucinante che istintivamente mi fece richiudere la porta sgangherata. Riapertala, poco dopo, riacceso un cerino, mi trovai una donna in camicia da notte tutta insanguinata con tre bambini nelle stesse condizioni a lei abbracciati, morti ammazzati dai tedeschi, distesi come se dormienti su un materasso che occupava la piccola stalla. La stranezza del quadro illuminato da altri cerini mi lasciò nella mente la visione sorridente di persone passate dalla vita alla morte in assoluta serenità. Niente potei fare per poterli aiutare, richiusi con delicatezza la porticina sgangherata e mi segnai con il segno della croce. Mantenni il segreto a tutti gli uomini per opportunità militare … Dopo tanti anni ho conosciuto i nomi dei caduti di Vallone Cupo che di seguito trascrivo: Di Lullo Domenica, di anni trentanove, coniugata Di Rocco; Di Rocco Rosa, figlia, di anni nove; Di Rocco Rocco, figlio, di anni cinque; Di Rocco Emilia, figlia, di anni tre; tutti deceduti il 25 marzo 1944 da arma da fuoco tedesca…». Ci si può solo lontanamente prefigurare il sentimento di profonda lacerazione interna che accompagnava Domenico Troilo nel momento in cui richiamava a sè il ricordo dell’episodio narrato per consegnarlo alla nostra memoria storica. Non si può, invece, se non da parte di chi ha vissuto in prima persona l’orrore della guerra, sentire lo sgomento che immaginiamo abbia scosso l’animo dell’allora giovane Comandante alla vista della scena che gli si aprì davanti nella circostanza rievocata.

Testimonianze come questa gettano luce su aspetti spesso lasciati in ombra quando si narra di eroi di guerra e di valorosi combattenti. Si tende ad esaltarne, come giusto che sia, lo spirito di sacrificio, il coraggio, l’entusiasmo, l’altruismo e la fede negli alti ideali di libertà. Dentro l’eroe però vive la persona, la sua coscienza, con la fragilità che gli è propria in quanto essere umano sensibile, che palpita sì di forza, coraggio, orgoglio, reattività, ma anche di emozioni più sottili ed impercettibili, che l’emergenza di alcune circostanze impone di relegare in second’ordine di rilievo. Nella narrazione dell’episodio richiamato, il Comandante ci ricorda come ogni combattente porti con sé, anche a distanza di molto tempo, le sue ferite di guerra interiori, il suono soffocato di quelle immagini di morte, l’eco delle emozioni provate, al momento sopite dalla necessità dell’azione, ma capaci di scuotere le profondità dell’animo anche da lontano, come ci ha rievocato l’uomo Domenico Troilo. Chi lo ha conosciuto personalmente ci consegna di lui, infatti, accanto all’effige dell’eroico patriota, il ricordo di un uomo sereno, di un uomo di pace, come lui stesso amava definirsi, autentico e sanguigno nei moti dell’animo, ma leale, gentile e garbato nei modi, di una bontà istintiva, di grande ricchezza e profondità di sentimenti umani, che traspaiono in tutta la loro pienezza nel racconto del triste episodio di Vallone Cupo. Quelle stesse doti di eccezionale levatura e sensibilità umana che il Comandante mostrava anche nella condotta di guerra, allorquando, incontrando sul suo cammino il nemico tedesco, sceglieva di risparmiargli la vita, graziandolo, piuttosto che cedere all’istinto dell’odio e della vendetta.

Lo stesso Comandante, nel 2003, rievocando la nascita della Brigata, aveva ammonito: «…non cercate sentimenti di odio e non infiammatevi per le guerre, che sono tempo perso. La libertà è garantita solo dalla pace, che va difesa e conquistata ogni giorno. Chi ha visto l’orrore della guerra non può che condannare sempre il ricorso alle armi. La guerra, ogni guerra, è un’esperienza che non merita di essere vissuta». Esempi di vita come quella di Domenico Troilo segnano profondamente quanti tra familiari, amici e conoscenti siano stati depositari dei loro racconti, delle loro parole, e siano stati, perciò stesso, iniziati a quelle drammatiche esperienze. Il tempo non cancellerà mai il carattere tragico, crudele, feroce di quei momenti, ci direbbe oggi il Comandante, dando voce alla sua più profonda sensibilità umana. Tuttavia, ci direbbe anche di non lasciare che i ricordi sbiadiscano coperti da una certa indifferenza e da una pari superficialità che intristiscono la nostra epoca, di adoperarci perché essi restino vivi nella memoria, tramandati preziosamente di padre in figlio, sì da costituire esempio sempre attuale e vivo contro l’ombra di ogni ideologia tirannica e dispotica, guida lucida alla salvaguardia dei valori di pace, libertà e democrazia che testimonianze di vita di grandi uomini come il Comandante Troilo consegnano nelle mani del nostro presente. La generazione di chi scrive, e non solo di chi scrive, nata e cresciuta in tempi di certo più sereni, ha un enorme debito di riconoscenza verso tutti i Patrioti italiani come Domenico Troilo, che con i loro insegnamenti e le loro imprese memorabili ci hanno aiutato, tra l’altro, a riflettere sotto una luce differente sul senso della pace e della vita. A noi e a coloro che verranno dopo di noi, sia data la capacità di preservare il ricordo di simili accadimenti non come mera custodia di memorie storiche, ma come testimonianza viva del messaggio di fraternità e di libertà che da essi promana. Ci sia data, inoltre, la saggezza di comprenderne l’inestimabile valore e di adoperarci affinché siffatti eventi restino scolpiti nel profondo dell’animo del genere umano, perché non abbiano mai più a ripetersi. Al Comandante Domenico Troilo vogliamo tributare un ricordo commosso, manifestare l’infinita gratitudine per la libertà riconquistata insieme a suoi uomini e per la mirabile testimonianza di vita con cui ha arricchito il patrimonio delle nostre coscienze. Desideriamo, infine, fuor di retorica, esprimere dal profondo la promessa che in ogni tempo avremo cura di onorarne il culto della memoria, imitarne la virtuosa energia, lo slancio prorompente, gli alti ideali, il fulgido esempio, nel tentativo di mantenere vivi quei valori eternamente costitutivi della convivenza umana.

Edgardo Bucciarelli

(Dalla “Rivista dell’Accademia d’Abruzzo” - anno VIII n. 25 - 2007 - pp. 1 e 8 - Pescara).

 

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